San Valentino è spesso associato a cuori e cioccolata, ma c’è una storia molto più affascinante e… matematica! Nel 270 d.C., un sacerdote di nome Valentino aiutava le coppie a sposarsi in segreto, sfidando le regole dell’imperatore Claudio. Come poteva far arrivare messaggi d’amore senza farsi scoprire dalle guardie? Con codici segreti… e un pizzico di matematica.
Callout: Curiosità Montessori: anche nella matematica più semplice, la manipolazione concreta e l’esperienza guidata aiutano i bambini a capire concetti astratti come regole, trasformazioni e algoritmi.
Oggi la storia può trasformarsi in un laboratorio STEM in classe primaria. Gli alunni diventano matematici-detective, costruendo un decodificatore e decifrando messaggi nascosti. In questo percorso sperimentano:
addizione e sottrazione costante
struttura ciclica dell’alfabeto
trasformazioni sistematiche (algoritmi)
pensiero computazionale e problem solving cooperativo
Callout attività pratica: Costruisci un decodificatore con due cerchi alfabetici sovrapposti e un fermacampione. Scrivi messaggi segreti e sfida i compagni a decifrarli!
I bambini scoprono la matematica vivendola, osservando, ipotizzando e verificando strategie. Possono anche inventare i propri codici, sperimentando regole diverse e sviluppando creatività e autonomia.
Callout pedagogico: Non spiegare subito la regola: lascia che i bambini la scoprano. Poi rendila esplicita: CODIFICA = +2, DECODIFICA = –2.
Questo laboratorio unisce storia, matematica e pensiero computazionale in un’esperienza significativa. San Valentino diventa così un’occasione per sviluppare curiosità, logica, cooperazione e creatività… molto oltre i cuori di cioccolata.
Materiale scaricabile
Versione Short per attivazione del percorso e ruote per la costruzione dello strumento
Ci sono momenti in cui il mondo sembra fermarsi, e ogni gesto acquista un peso speciale. Durante la Tregua Olimpica, la competizione lascia spazio alla pace, alla collaborazione e all’incontro. Non si tratta di vincere o primeggiare, ma di essere migliori di ciò che eravamo, di crescere con consapevolezza e rispetto.
Callout Montessori:
La Tregua Olimpica ci invita a osservare il valore di ogni azione, anche la più piccola, e il suo effetto sugli altri.
Lo sport come laboratorio di valori
Lo sport può diventare un laboratorio di valori universali: disciplina, attenzione all’altro e responsabilità verso sé stessi e il gruppo.
Per i bambini, questo significa piccoli gesti quotidiani: collaborare con i compagni, sostenere chi è più timido, rispettare i turni e partecipare senza prevaricare gli altri. Questi comportamenti insegnano rispetto reciproco e cura per chi ci sta accanto, valori che vanno ben oltre lo sport.
Callout Montessori:
Anche nei giochi più semplici, i bambini possono imparare la collaborazione, la gentilezza e il rispetto.
Educazione cosmica e crescita personale
In Montessori, ogni bambino è parte di un mondo più grande. Ogni sua azione ha un significato che va oltre l’istante. La Tregua Olimpica diventa così una lente per osservare la crescita: non si corre per superare gli altri, ma per diventare più consapevoli di sé e delle proprie possibilità.
L’obiettivo non è arrivare primi, ma migliorare se stessi, scoprire i propri limiti e imparare a superarli con rispetto e curiosità. Ogni percorso di crescita, se accompagnato da attenzione e cura, diventa un esercizio di autonomia e consapevolezza, trasferibile a ogni ambito della vita.
Callout Montessori:
Il vero traguardo è il progresso personale: aiutare i bambini a misurarsi con se stessi, non con gli altri.
Piccoli gesti di pace quotidiana
Educare alla Tregua Olimpica significa insegnare la pace nei gesti quotidiani: un incoraggiamento, un sorriso, un gesto di attenzione verso chi è più fragile. Questi momenti aiutano i bambini a interiorizzare valori universali, imparando che la competizione più importante è quella con se stessi.
Ogni giorno può diventare un’occasione per crescere, rispettare e contribuire alla bellezza del mondo che li circonda.
Callout Montessori:
La pace e il rispetto si coltivano passo dopo passo, come piccoli semi che fioriscono nella vita dei bambini.
Materiale scaricabile
Il PDF approfondisce il concetto di Ekecheiria, l’antica tregua olimpica che letteralmente significa “stringere le mani”. Attraverso il racconto del Disco di Ifito, il materiale spiega come i Giochi trasformassero la guerra in una competizione sportiva sacra e inviolabile
Una risorsa scaricabile per insegnare ai bambini il valore del fair play e della risoluzione pacifica dei conflitti, mostrando come lo sport possa rendere “sacra” l’immunità di ogni partecipante.
Un percorso didattico per affrontare il bullismo a scuola, senza processi né soluzioni
Non sempre il male fa rumore. A volte resta seduto in silenzio, aspettando che nessuno lo nomini- Parlarne senza puntare il dito
Ci sono episodi di bullismo che non fanno rumore. Non finiscono subito nei registri, non arrivano agli adulti, non hanno un inizio netto né una fine chiara. Succedono nelle chat di classe, durante l’intervallo, nei soprannomi ripetuti “per scherzo”, negli inviti mancati, nei silenzi che passano inosservati.
Sono situazioni quotidiane, spesso ambigue, difficili da raccontare e ancora più difficili da affrontare in classe senza rischiare di trasformarle in una lezione morale o in una caccia al colpevole.
Eppure è proprio lì che il lavoro educativo è più necessario.
Quando il bullismo non ha un volto chiaro
A scuola siamo abituati a intervenire quando il problema è evidente: c’è un aggressore, una vittima, un fatto chiaro da ricostruire.
Ma molte dinamiche di bullismo non funzionano così. Coinvolgono più ruoli, più livelli di responsabilità, più possibilità di scelta:
chi inizia,
chi ride,
chi guarda e non parla,
chi subisce,
chi arriva dopo, quando tutto è già successo.
In queste situazioni, chiedere subito “chi ha sbagliato?” rischia di bloccare il pensiero invece di aprirlo. I bambini e i ragazzi si chiudono, si difendono, prendono posizione per paura o per appartenenza al gruppo.
Serve un altro tipo di spazio.
Parlare senza accusare: il valore del debate
Il debate, quando non è competitivo, può diventare uno strumento potente per affrontare il tema del bullismo. Non per stabilire chi ha ragione, ma per:
allenare il pensiero critico,
riconoscere le emozioni,
osservare una stessa situazione da punti di vista diversi,
Nel percorso Parlarne senza puntare il dito, il debate parte da brevi articoli di cronaca rivisitati: storie semplici, realistiche, riconoscibili, che potrebbero accadere in qualsiasi classe.
Non sono racconti esemplari. Non spiegano cosa è giusto o sbagliato. Descrivono i fatti e si fermano lì.
Il lavoro comincia dopo.
Le carte di prospettiva: uscire dall’“io”
Dopo la lettura, gli alunni lavorano con carte di prospettiva. Ogni gruppo parla solo da un punto di vista assegnato.
Questo passaggio è fondamentale perché:
abbassa il livello emotivo,
evita l’identificazione diretta con esperienze personali,
permette di ragionare senza sentirsi messi sotto accusa.
Non si parla di sé. Si parla come se si fosse quel personaggio.
È spesso in questo momento che emergono pensieri nuovi, dubbi inattesi, cambi di posizione.
Le domande che non cercano risposte giuste
Il confronto è guidato da carte-domanda pensate per restare aperte:
Il silenzio è sempre neutro?
Quando un gioco smette di essere un gioco?
Chi ha davvero il potere di cambiare una situazione?
È possibile fermarsi senza accusare?
Non c’è una risposta corretta da raggiungere. Il valore sta nel processo, non nella conclusione.
L’insegnante ha il ruolo di facilitatore:
garantisce il rispetto dei turni,
mantiene il focus sulla situazione,
accoglie punti di vista diversi.
Dalla parola al segno: rielaborare
Ogni percorso si chiude con una rielaborazione individuale: scritta o grafica, sempre personale.
Disegnare un confine, un ponte, un simbolo del silenzio o del cambiamento permette agli alunni di:
fermarsi,
interiorizzare,
dare forma a ciò che è emerso nel confronto.
È qui che spesso il lavoro diventa visibile, senza bisogno di forzare condivisioni pubbliche.
Un linguaggio comune per la classe
Alla fine non resta una risposta unica. Resta qualcosa di più utile: un linguaggio condiviso.
Parole come:
confine,
ponte,
muro,
silenzio,
responsabilità.
Strumenti simbolici che l’insegnante può richiamare anche nei giorni successivi: non per punire, ma per rileggere ciò che accade.
Un percorso pronto, senza preparazioni complesse
Parlarne senza puntare il dito è pensato per:
classi IV–V della primaria
scuola secondaria di I grado
Può essere usato:
in educazione civica
in educazione digitale
all’inizio dell’anno
dopo un episodio critico, senza nominarlo
Il materiale è pronto all’uso: articoli, carte, domande, attività, indicazioni per il docente. Non servono materiali aggiuntivi né preparazioni specifiche.
👉 Parlarne è il primo passo. 👉 Farlo senza puntare il dito è ciò che permette davvero di cambiare qualcosa.
I bambini scoprono il mondo attraverso i sensi e le mani. I colori sono tra i primi compagni di questa scoperta: vibranti, delicati, profondi, sorprendenti.
Imparare a riconoscerli, ordinarli e combinarli aiuta i bambini a sviluppare attenzione, percezione visiva, capacità di osservazione e senso estetico.
In questo percorso, i colori diventano personaggi da esplorare: si osservano, si confrontano e si dispongono, creando armonia. Arlecchino e il suo vestito di pezze colorate diventano la metafora di questa esperienza: ogni toppa ha una voce, e solo quando trova il suo posto il costume brilla. Paul Klee ci offre invece un modo speciale di osservare i colori: nei suoi quadri, i colori dialogano tra loro e creano ritmo e armonia.
1. Sperimentare con i colori: attività sensoriale e concreta
I bambini iniziano con materiali manipolabili:
Spolette Montessori o materiale autocostruito
Strisce di carta o pezze di stoffa
Matite, pastelli, acquerelli, tempera
Cartellini con i nomi dei colori
Tavola di controllo delle famiglie cromatiche
Come procedere:
Osservare ogni tonalità con calma, senza nominare subito il colore
Raggruppare i colori in famiglie cromatiche
Creare scale di colore dal più chiaro al più intenso o secondo un proprio criterio
Assemblare sequenze personali, esplorando armonia, ritmo e emozioni
Il bambino diventa così protagonista: sperimenta, confronta, prova, cambia e scopre relazioni tra le tonalità, sviluppando occhio e mano.
2. Famiglie cromatiche e nomenclatura dei colori
Per descrivere con precisione le sfumature, esistono nomi specifici dei colori. Non servono per “correggere”, ma per aiutare a percepire le differenze sottili:
I bambini possono inserire le spolette, le strisce o le pezze nelle scale cromatiche, osservando come i colori cambiano vicini tra loro e imparando a riconoscere le sfumature senza fretta.
3. Arlecchino: il colore prende vita
Il vestito di Arlecchino è fatto di tante piccole pezze, ciascuna con un carattere e una voce propria. Solo quando le pezze trovano il loro posto, il costume diventa armonioso e luminoso.
I bambini possono:
Comporre un costume di Arlecchino con le famiglie cromatiche
Assemblare i colori secondo armonia, emozioni o preferenze personali
Osservare come i colori dialogano tra loro e creano ritmo visivo
4. Paul Klee: osservare, ascoltare e ordinare
Per Paul Klee, osservare e disporre i colori era come suonare uno strumento musicale. Ogni tonalità aveva una voce, un ritmo, un carattere. Proprio come le note di un pianoforte si combinano per creare una melodia, i colori nei suoi quadri si mettono in fila, dialogano tra loro e creano armonia.
“Il colore è la tastiera, l’occhio è il martelletto, l’anima è il pianoforte con mille corde.” – Paul Klee
Osservare un quadro di Klee è come ascoltare una musica: alcune tonalità si fanno delicate, alcune creano tensione, altre armonia. E proprio come la mamma di Arlecchino organizza le toppe colorate sul costume, anche i bambini possono giocare con i colori, spostarli e trovare il loro posto, creando il loro ritmo e la loro armonia.
Dopo l’esperienza concreta, Paul Klee diventa una guida alla contemplazione, invita a guardare lento, osservare con attenzione e sentire le relazioni tra tonalità.
Una delle sue opere da proporre ai bambini è Color Chart; semplice, chiara, evocativa:
I colori dialogano tra loro
Si influenzano vicendevolmente
Creano armonia visiva e ritmo
Non serve copiare, ma osservare con calma, vedere come i colori si combinano, imparando che ogni tonalità ha una sua personalità e un ruolo nel grande dialogo dei colori.
Ci sono storie che non si raccontano solo per ricordare fatti. Ci sono storie che si vivono, si sentono con il corpo, il cuore e lo sguardo. La vita di Jesse Owens è una di queste.
Prima delle medaglie, prima dello stadio, prima degli applausi, c’era un bambino che correva. Correva perché gli piaceva, perché così il vento lo ascoltava, perché mentre correva nessuno gli chiedeva chi fosse. Quel bambino si chiamava Jesse. Cresceva in una famiglia povera, tra sacrifici e fatica, ma con un tesoro invisibile: la dignità e la forza di non arrendersi.
Le difficoltà non gli mancavano. Crescendo in un mondo diviso dal colore della pelle, Jesse scoprì presto che alcune porte erano chiuse e che gli sguardi di chi non voleva vederlo erano barriere invisibili. Ma ogni passo sulla pista, ogni falcata, era un atto di libertà: lo sport diventava il suo linguaggio, la sua voce, il suo modo di dimostrare che nessuno è superiore per nascita.
Alle Olimpiadi di Berlino del 1936, lo sguardo del dittatore e la scenografia del regime nazista cercavano di trasformare la velocità in giudizio e la gara in propaganda.
Jesse corse lo stesso. E vinse.
Quattro medaglie d’oro, ma soprattutto la prova che coraggio, dignità e talento non conoscono confini.
Sulla pista, ogni passo diventava libertà, ogni traguardo una verità: ognuno può superare i muri che la vita pone davanti. La forza di Jesse Owens mostra che la vera grandezza non dipende da chi o come siamo, ma da come affrontiamo le sfide.
Il materiale propone un percorso didattico che invita i bambini a entrare nella storia, a immaginare, a riflettere e a rielaborare.
Non solo un racconto di eventi, ma un’esperienza educativa dove la memoria diventa azione, gioco e riflessione. Attraverso laboratori di scrittura creativa, attività simboliche e momenti di immedesimazione, i piccoli lettori imparano che la storia non è lontana, che i pregiudizi possono essere superati e che ciascuno può correre verso il proprio futuro con coraggio e dignità.
Per gli insegnanti, questo materiale è uno strumento completo: testi narrativi, box di approfondimento storico, attività guidate e spazi di rielaborazione permettono di costruire una didattica attiva, in cui la memoria si fa esperienza viva. Per i bambini, è l’occasione di incontrare Jesse Owens non solo come atleta, ma come simbolo di forza, resistenza e libertà.
Perché alcune corse non si fermano mai: attraversano il tempo, il pregiudizio e le paure. Corrono dritte nel cuore di chi ascolta. Corrono con la memoria. Corrono con il coraggio.
Quando pensiamo a Leonardo da Vinci, immaginiamo subito l’adulto geniale: l’artista, lo scienziato, l’inventore.
Raramente ci soffermiamo sul bambino che è stato. Eppure, è lì che tutto comincia.
Leonardo cresce nella campagna toscana, immerso nella natura. Non frequenta scuole rigide: osserva, esplora, segue la curiosità. Animali, piante, acqua, luce e movimento diventano i suoi primi “maestri”. Questo sguardo attento e rispettoso verso il mondo vivente attraverserà tutta la sua vita, e si riflette nelle sue creazioni.
In una prospettiva montessoriana, Leonardo incarna il bambino competente: libero di osservare, fare domande, sperimentare. Le sue favole – brevi, essenziali e dense di significato – nascono dallo stesso atteggiamento: guardare la natura non come sfondo, ma come interlocutrice.
Le sue favole non sono moralistiche nel senso tradizionale. Non impartiscono lezioni dall’alto. Mostrano conseguenze, relazioni, equilibri. Lasciano spazio al pensiero e all’interrogativo del lettore. Proprio come dovrebbe fare un buon materiale educativo: non dire “cos’è giusto”, ma far osservare ciò che accade.
E in classe?
Le favole di Leonardo offrono molte possibilità di lavoro educativo, anche senza materiali speciali:
Osservazione e scoperta: invitare i bambini a guardare attentamente un seme, una foglia o un animale e raccontare ciò che notano.
Riflessione su causa ed effetto: chiedere cosa succede se un seme non viene piantato o se un animale agisce in un certo modo.
Domande aperte e discussione: “Cosa pensi che succederà dopo?”, “Perché l’animale protagonista agisce così?”, “Come pensi che si senta?”.
Espressione creativa con materiali semplici: disegnare, modellare con argilla, costruire con oggetti naturali ciò che succede nella storia.
Narrazione autonoma: far raccontare la storia con parole proprie, anche usando pupazzi o burattini improvvisati.
Esperimenti con la natura: osservare la crescita di un seme o il movimento dell’acqua, per comprendere cause, effetti e pazienza.
Giochi di ruolo e drammatizzazione: i bambini possono interpretare personaggi, animali o piante per capire le relazioni tra loro.
Questi spunti possono essere utilizzati in classe, a casa o all’aperto.
Uno sguardo da conservare
Le favole di Leonardo non nascono per insegnare una morale esplicita, né per dire ai bambini cosa è giusto o sbagliato. Nascono per mostrare.
La natura agisce secondo le sue leggi: il seme cresce, l’acqua travolge, il tempo trasforma, l’equilibrio si rompe e si ricompone. Non ci sono eroi né punizioni costruite dall’uomo. Ci sono conseguenze. E c’è la vita, osservata con rispetto.
Dal punto di vista montessoriano, queste favole sono preziose perché:
Allenano l’osservazione e la capacità di cogliere relazioni
Rispettano l’intelligenza del bambino, senza moralismi
Favoriscono la riflessione autonoma
Mettono in dialogo etica, natura e tempo
Invitano a rallentare, ad ascoltare ciò che accade
Leggere Leonardo ai bambini significa offrire loro storie che non consumano, ma restano, storie che possono essere rilette in età diverse, perché crescono insieme a chi ascolta.
Forse è proprio questo il segno più autentico del genio di Leonardo bambino: aver saputo conservare, anche da adulto, uno sguardo capace di stupirsi davanti a un chicco di grano, a una pianta, a un animale. Lo stesso sguardo che ogni bambino possiede, se gli viene concesso il tempo di usarlo.
Materiale scaricabile
Per chi desidera un supporto concreto, è disponibile una versione scaricabile in formato breve, che raccoglie spunti di lettura, domande aperte e attività operative ispirate alle favole di Leonardo. Questo materiale può essere utilizzato come guida pratica per insegnanti, educatori e genitori, oppure semplicemente come ispirazione per esplorazioni autonome.
Ci sono ricorrenze che non chiedono spiegazioni forti, ma presenza. La Giornata della Memoria è una di queste.
Fermarsi per ricordare non è mai un gesto scontato. Nel metodo Montessori la memoria non è solo una raccolta di informazioni, ma coscienza: una coscienza che si sviluppa gradualmente e che si scopre nel gesto di riconoscere l’altro, di osservare, riflettere e assumersi responsabilità per il presente.
Non si tratta di schierarsi, né di semplificare la storia. Si tratta di educare lo sguardo.
Fermarsi è un atto educativo
Ci sono ricordi che non chiedono di essere spiegati, ma osservati. E storie che non si incontrano nei libri, ma camminando per strada. Nelle nostre città esistono piccoli segni che invitano a rallentare, come le pietre d’inciampo. Per leggerle è necessario fermarsi, abbassare lo sguardo, interrompere il passo.
È un gesto semplice, ma profondamente educativo, quello che Maria Montessori chiamava educazione al rispetto: rispetto per le persone, per le storie, per la vita umana nella sua unicità.
Ogni pietra racconta una persona, non un numero. Un nome, una data, una casa. Una vita interrotta.
Educare alla memoria senza ferire
Parlare di memoria, soprattutto con i bambini, richiede cura e delicatezza. Non servono immagini forti né racconti drammatici. Serve un linguaggio vero, essenziale, rispettoso.
Nel metodo Montessori la storia viene proposta come narrazione umana, non mai come lezione morale. Non si impone un giudizio, si offre uno spazio di riflessione. Non si chiede di comprendere tutto, ma di sentire che ogni vita ha valore.
La memoria, così intesa, non divide. Unisce nella consapevolezza.
Una responsabilità quotidiana
La Giornata della Memoria non è solo un giorno sul calendario. È un invito silenzioso a chiederci:
Come insegniamo il rispetto nella vita quotidiana?
Educare alla memoria significa educare alla responsabilità delle scelte, grandi e piccole. Significa ricordare che l’indifferenza è sempre il primo passo da evitare.
Coltivare semi, non risposte
In un tempo complesso, il compito educativo non è fornire risposte definitive, ma seminare domande buone. Domande che aiutino a crescere persone attente, capaci di empatia, di ascolto e di cura.
La memoria, nel suo significato più profondo, non appartiene al passato. È un esercizio del presente.
E come ogni esercizio educativo, inizia da un gesto semplice: fermarsi, osservare, ricordare.
Immaginate un mondo in cui l’amicizia, la tolleranza e l’amore siano messi alla prova.
Immaginate persone reali, grandi o piccole che siano che, nonostante le difficoltà, le discriminazioni e le crudeltà subite, abbiano mostrato una forza e un coraggio straordinari, tanto straordinari da non poter essere dimenticati. Immaginate ora di viaggiare indietro nel tempo e di incontrare realmente tutte quelle persone che con coraggio hanno affrontato sfide impossibili. Le storie qui raccolte sono tutte realmente accadute. Ogni storia è il pezzo di un puzzle che, una volta completato, saprà parlare della gentilezza e della resilienza, dell’amore e della fratellanza, della forza e della speranza, ma soprattutto saprà dire quanto ognuno di noi, anche con un solo gesto, possa sempre fare la differenza.
Noi non possiamo formare osservatori parlando con i bambini, ma solo dando loro il potere e i mezzi per osservare, e questi mezzi sono forniti dall’educazione dei sensi.
M.Montessori, Il segreto dell’infanzia, 1936
In un mondo che corre veloce, insegnare ai bambini ad aspettare, ad ascoltare e a prendersi il tempo per osservare diventa un’abilità preziosa; irrinunciabile.
L’inverno è una stagione che spesso passa inosservata ai nostri occhi ormai troppo abituati alla frenesia e alla ricerca di stimoli immediati. Eppure è proprio l’inverno ad offrire un’opportunità straordinaria: sperimentare il valore della pazienza, dell’osservazione e della preparazione silenziosa.
I bambini, se solo viene data loro la possibilità di farlo, sviluppano in modo naturale la capacità di connettersi con ciò che li circonda. La natura, con i suoi ritmi e i suoi cambiamenti, li affascina spontaneamente e li spinge, attraverso l’innata curiosità, a scoprire e osservare il mondo con occhi sempre più attenti e meravigliati.
Il ruolo dell’inverno nell’educazione Montessori
Nel metodo Montessori, il concetto di ciclicità naturale è strettamente legato all’apprendimento. Le stagioni scandiscono il tempo e offrono ai bambini un’esperienza concreta della trasformazione. L’inverno è il momento dell’attesa e della preparazione, e proprio per questo può essere utilizzato per sviluppare :
La consapevolezza del tempo: le piante non crescono immediatamente, la neve si scioglie lentamente, la luce ritorna poco a poco; il tempo ha un suo ritmo naturale e non e quel ritmo deve essere rispettato.
La pazienza e la cura: prendersi cura di un seme che germoglia, aspettare il ritorno degli animali dal letargo o osservare un paesaggio che cambia, insegna ai bambini che il tempo è prezioso e che ogni fase ha il suo significato.
L’osservazione e la scoperta: il paesaggio invernale, apparentemente spoglio, nasconde dettagli affascinanti che possono essere esplorati attraverso esperienze sensoriali e attività pratiche.
Attività in classe
Attività per accompagnare i bambini alla scoperta dell’inverno, rendendolo un momento di crescita e consapevolezza.
1. Pianta e aspetta: il germoglio d’inverno
Obiettivo:
Sperimentare la pazienza osservando un seme che germoglia nel tempo.
Materiale necessario:
Un barattolo di vetro trasparente
Cotone idrofilo o carta assorbente
Semi di fagiolo, lenticchia o pisello
Acqua
Diario di osservazione (facoltativo)
Svolgimento:
Invitare i bambini a bagnare leggermente il cotone e a disporlo sul fondo del barattolo.
Posizionare i semi sopra il cotone, in modo che restino visibili attraverso il vetro.
Collocare il barattolo in un luogo luminoso ma non direttamente esposto al sole.
Ogni giorno, osservare e documentare i cambiamenti: il seme che si gonfia, la prima radice, il germoglio che si allunga. Si può disegnare il processo o scattare foto.
Quando la piantina diventa abbastanza robusta, si può trapiantare in un vasetto con la terra, spiegando che dovrà aspettare la primavera per crescere all’aperto.
Messaggio educativo:
Un’attività per insegnare il valore della pazienza e della cura: il seme ha bisogno di tempo per crescere, proprio come loro. È anche un ottimo esercizio di responsabilità, poiché ogni giorno devono prendersi cura del loro piccolo germoglio.
2.Il sonno della natura: alla scoperta del letargo
Obiettivo:
Comprendere il ritmo naturale degli animali in inverno e il valore del riposo.
Materiale necessario:
Immagini o sagome di animali che vanno in letargo (orso, riccio, scoiattolo, pipistrello, rana, ecc.)
Fogli e colori per disegnare o ritagliare gli animali
Una coperta o un telo marrone/verde
Un angolo della stanza da trasformare in “tana”
Svolgimento:
Cosa fanno gli animali in inverno? Quali animali dormono per lunghi periodi?
Mostrare le immagini e raccontare qualche curiosità: sapevi che il cuore della rana può smettere di battere durante il letargo e riprendere in primavera? sapevi che…
Il gioco: dividere la classe in due gruppi-quello degli animali che vanno in letargo e quello della primavera. Creare un angolo-tana e invitare i bambini del primo gruppo a entrare in letargo, immaginando di essere orsi o ricci che dormono silenziosi fino a primavera.
Dopo qualche minuto, il gruppo dei bambini che impersona la primavera, risvegliano gli animali in letargo con i suoni primaverili: i cinguettii, il vento leggero, il ronzio delle api, il ticchettio di una pioggia sottile, il battito d’ali di farfalla…
“Al risveglio”, si chiede ai bambini che sono andati in letargo, cosa hanno provato e se è stato facile stare fermi e “dormire”.
Il disegno di un animale in letargo, la scrittura dei cambiamenti del loro corpo o la scrittura dell’esperienza, completano il gioco.
Messaggio educativo:
Un’attività per insegnare ai bambini che il riposo è essenziale per la crescita e il benessere, proprio come per gli animali in letargo. Quella del letargo è anche una metafora per invitare al rispetto dei tempi e dei ritmi di ognuno.
Esprimere la ciclicità della natura attraverso un’attività artistica lenta e stratificata.
Materiale necessario:
Cartoncino nero o blu scuro
Tempere bianche e marroni
Pennelli o spugne
Sale fino
Colla vinilica
Rametti secchi raccolti in natura (facoltativo)
Svolgimento:
Osservazione di un albero spoglio; notare la forma dei rami, il colore della corteccia, l’assenza di foglie.
Dipingere sul cartoncino un tronco d’albero con i rami, usando il colore marrone.
Aggiungere la neve: con una spugna o un pennello, tamponare la tempera bianca lungo i rami e sul terreno.
Prima che la pittura si asciughi, cospargere leggermente con il sale: questo creerà un effetto di neve ghiacciata, dando un tocco magico al disegno.
Una volta asciutto, incollare piccoli rametti veri sul cartoncino per un effetto tridimensionale.
Messaggio educativo:
Questa attività insegna ai bambini a osservare i dettagli della natura e a esprimere la pazienza anche attraverso l’arte.
Conclusione
L’inverno come opportunità di crescita interiore
Attraverso proposte didattiche ed esperienze dirette, i bambini imparano che l’inverno non è solo la stagione fredda che porta alla primavera, ma un periodo ricco di insegnamenti e di scoperte che invitano ad osservare, ad ascoltare e ad aspettare con fiducia, sviluppando al contempo un profondo senso di connessione con il mondo naturale.
Ci sono storie che non finiscono mai di ispirarci, storie che ci insegnano il valore della solidarietà, del coraggio e della speranza anche nei momenti più difficili.
Una di queste è la storia di Irena Sendler, una donna straordinaria che, durante la Seconda Guerra Mondiale, salvò migliaia di bambini ebrei dal ghetto di Varsavia.
Per proteggere la loro identità, Irena conservava i loro nomi scritti su piccoli foglietti, nascosti dentro barattoli di vetro e sepolti sotto terra.
Quei barattoli non contenevano solo nomi, ma il sogno di un futuro migliore per 2500 bambini, quelli che Irena con il suo coraggio riuscì a strappare dal ghetto.
La storia di Irena ci insegna che anche i gesti più semplici possono avere un impatto straordinario. Attraverso questa figura simbolica, possiamo trasmettere alle nuove generazioni valori importanti come la solidarietà, la memoria e il coraggio di agire per il bene degli altri.
Quei barattoli di vetro, nascosti sotto terra, ci ricordano che a volte la vita ha bisogno di essere custodita. Custodita con attenzione, con cura, con coraggio.
Qualche anno dopo, in un altro luogo segnato dalla guerra, anche Friedl Dicker-Brandeis fece qualcosa di simile. Non nascose nomi, ma raccolse disegni. Disegni di bambini, fatti con pochi colori e molta verità.
Friedl, chiamata la maestra dei colori, insegnava ai bambini a mettere su un foglio ciò che non poteva essere detto a parole. Quei disegni erano come barattoli invisibili: dentro c’erano ricordi, emozioni, sogni, frammenti di vita da proteggere.
Irena ha custodito i nomi. Friedl ha custodito le voci. Entrambe ci insegnano che anche nei tempi più bui qualcuno può scegliere di salvare ciò che rende umani.
Proposta Didattica: Il Barattolo della Memoria
Questa attività è pensata per la scuola primaria e ha l’obiettivo di aiutare i bambini a comprendere il valore della solidarietà, della memoria e dei piccoli gesti che fanno la differenza.
1. Racconto introduttivo Leggi ai bambini la storia di Irena Sendler, presentandola in modo semplice e adatto alla loro età.
Spiega il significato dei barattoli e perché erano così importanti. Puoi accompagnare il racconto con immagini o illustrazioni.
2. Discussione guidata Chiedi ai bambini:
Cosa significa per loro aiutare gli altri?
Hanno mai fatto un gesto di solidarietà, anche piccolo, per qualcuno?
Perché è importante ricordare le persone che fanno del bene?
3. Attività artistica: Il Barattolo della Memoria Ogni bambino porterà un barattolo vuoto da casa.
Decorazione: Fornisci colori, adesivi e materiali creativi per personalizzare i barattoli.
Contenuto: Invitali a scrivere su piccoli foglietti gesti di gentilezza che hanno ricevuto o che vorrebbero fare per gli altri. I foglietti verranno piegati e inseriti nei barattoli.
Esposizione: Create insieme una “Scaffale della Memoria” in classe, dove i barattoli verranno esposti, simbolizzando la solidarietà condivisa.
4. Condivisione finale Dai spazio ai bambini per raccontare cosa hanno scritto e perché. Questo momento aiuterà a rafforzare il senso di comunità e l’importanza dei piccoli gesti.
Materiale scaricabile
-La straordinaria storia di Irena Sendler
-Problemi, riflessioni e creatività: un percorso innovativo per trasformare i numeri in storie e le storie in lezioni di vita
Educare alla cittadinanza significa anche educare alle relazioni, alla cura degli altri, alla gestione delle emozioni e alla capacità di stare nei momenti difficili. Nella scuola di oggi, sempre più attenta alle competenze socio-emotive, diventa fondamentale offrire ai bambini strumenti per leggere il mondo non solo attraverso i fatti, ma anche attraverso i gesti.
L’abbraccio è uno di questi strumenti. È semplice, immediato, universale. Non ha bisogno di spiegazioni, ma può contenere significati profondi: vicinanza, perdono, sostegno, coraggio, pace.
Il percorso “Abbracci che hanno cambiato la storia” nasce da questa intuizione: usare il gesto dell’abbraccio come chiave di lettura per avvicinare i bambini a eventi storici complessi, rendendoli comprensibili, umani e carichi di senso.
Perché partire da un abbraccio
Nei libri di storia spesso incontriamo date, eventi, decisioni politiche. Ma dietro ogni evento ci sono persone reali, emozioni, scelte difficili, relazioni.
Un abbraccio permette ai bambini di capire che:
i grandi cambiamenti non passano solo da parole solenni o azioni eroiche;
spesso sono i gesti silenziosi di vicinanza, cura e coraggio a lasciare un segno profondo;
la storia non è lontana: parla di persone, come noi.
L’abbraccio diventa così un linguaggio universale, accessibile anche ai più piccoli, capace di collegare passato e presente, storia e vita quotidiana.
Le storie: eventi diversi, un filo comune
Il percorso propone otto storie realmente accadute, ambientate in contesti storici e sociali differenti, ma unite dallo stesso filo: un gesto di vicinanza che ha assunto un valore simbolico.
Le storie attraversano luoghi ed epoche diverse:
Nelson Mandela e il Sudafrica della riconciliazione
La tregua di Natale nelle trincee della Prima guerra mondiale
La caduta del Muro di Berlino
La Norvegia dopo gli attentati di Oslo e Utøya
Rosa Parks e la lotta per i diritti civili
Papa Giovanni XXIII e la “carezza ai bambini”
L’abbraccio alle Olimpiadi di Rio
Malala Yousafzai e il diritto all’istruzione
Ogni storia è proposta all’interno di una cornice storica ricostruita in versione accessibile per i bambini e contiene:
una contestualizzazione storica necessaria a capire la storia di ogni abbraccio ;
una narrazione storica con personaggi e fatti, rispettosa e misurata
attenzione al clima emotivo e sociale;
il significato dell’abbraccio come gesto simbolico
Il cuore della proposta non è l’attività in sé, ma la costruzione di significato.
Le rielaborazioni didattiche accompagnano ogni storia e permettono ai bambini di:
ascoltare e comprendere;
riflettere e discutere in modo guidato;
esprimere emozioni attraverso parole, immagini e corpo;
collaborare e confrontarsi;
collegare ciò che apprendono al proprio vissuto quotidiano.
Sono previste proposte di:
riflessione e dialogo;
scrittura creativa e narrativa;
drammatizzazione;
espressione artistica;
lavoro cooperativo.
Tutte le attività sono pensate per essere pronte all’uso, flessibili e adattabili ai diversi contesti di classe.
Come portare il valore dell’abbraccio in classe
Lavorare sul tema dell’abbraccio non significa solo parlare di contatto fisico, ma aiutare i bambini a riconoscere i gesti di vicinanza, di cura e di sostegno, anche simbolici. Le attività possono diventare occasioni preziose per riflettere sulle emozioni, sulle relazioni e sul modo in cui ci si prende cura degli altri.
1. Il cerchio degli abbracci possibili
I bambini seduti in cerchio riflettono insieme su una domanda guida: In quali modi si può “abbracciare” qualcuno senza usare le braccia? Le risposte vengono raccolte oralmente o scritte alla lavagna: una parola gentile, uno sguardo, un aiuto, il silenzio condiviso. L’attività aiuta a comprendere che l’abbraccio è prima di tutto un’intenzione, non solo un gesto.
2. Abbracci con le parole
Dopo l’ascolto di una storia o di un racconto breve, ogni bambino scrive o disegna un “abbraccio di parole” per un personaggio: una frase che possa sostenerlo in quel momento. Le frasi vengono raccolte in una bacheca o in un piccolo quaderno di classe. L’obiettivo è sviluppare empatia narrativa e consapevolezza emotiva.
3. Il gioco delle statue emotive
A coppie o in piccoli gruppi, i bambini rappresentano con il corpo una situazione emotiva (paura, tristezza, solitudine, gioia). Successivamente, un altro bambino entra nella scena e la “trasforma” con un gesto di vicinanza: un abbraccio simbolico, una mano sulla spalla, un gesto di aiuto. Il corpo diventa strumento di riflessione sulle relazioni.
4. La mappa degli abbracci
Su un grande foglio, la classe costruisce una mappa collettiva con la parola abbraccio al centro. Intorno vengono aggiunti disegni e parole che raccontano quando, perché e come un abbraccio può essere importante. L’attività favorisce il pensiero metacognitivo e la condivisione di esperienze personali.
5. Quando ho avuto bisogno di un abbraccio
In forma orale, scritta o grafica, i bambini raccontano un momento in cui si sono sentiti sostenuti da qualcuno, anche senza un abbraccio fisico. La condivisione avviene in modo libero e rispettoso, senza obbligo di esposizione. L’insegnante guida la riflessione sul valore del sentirsi visti e accolti.
6. L’abbraccio che cambia la giornata
Alla fine della giornata o della settimana, la classe si ferma per un breve rituale: ogni bambino sceglie un gesto gentile da dedicare a qualcuno (un biglietto, un aiuto, una parola). È un modo per trasformare la riflessione in azione quotidiana.
Educare alle relazioni, ogni giorno
Proporre attività sul valore dell’abbraccio significa aiutare i bambini a:
riconoscere le emozioni proprie e altrui;
sviluppare empatia e rispetto;
comprendere che i gesti, anche piccoli, hanno un impatto reale sugli altri.
In questo senso, l’abbraccio diventa un potente strumento educativo: non solo da celebrare in una giornata speciale, ma da abitare ogni giorno nella vita della classe.
Un grande papà orso e suo figlio decidono di dimostrare a tutti, ma proprio a tutti, la loro gentilezza. E così girano nel bosco alla ricerca di qualcuno da abbracciare: abbracciano la volpe, il castoro, il lupo che non è molto convinto…
Un libro che parla di emozioni, di bisogni che vengono compresi e accolti dal genitore e di… coccole! Un viaggio tra le emozioni, scandito da ascolto, empatia e abbracci. Un libro adatto a TUTTI I BAMBINI, perché parla del loro universo emotivo e della relazione con i genitori.
L’abbraccio è il primo gesto d’amore che riceviamo, ci fa sentire amati, protetti, accolti. Con un abbraccio da “io” si diventa “noi”, si condivide l’affetto che straripa, si attraversa insieme la tristezza. Ma di cosa è fatto un abbraccio? Bimbo e Bimba non lo sanno, e per affrontare le emozioni di cui si sentono in balia vanno alla ricerca degli ingredienti che, un pezzetto alla volta, possono aiutarli a riconquistare la pace e l’equilibrio. Un viaggio dolcissimo per scoprire che nell’intreccio in cui ci si dona all’altro risiede ciò di cui il cuore è più che mai alla ricerca.
Non ha l’energia di settembre, né l’entusiasmo delle novità. È un mese che chiede attenzione, perché arriva dopo un tempo denso, rumoroso, spesso emotivamente intenso.
I bambini tornano portando con sé esperienze diverse, ritmi spezzati, abitudini cambiate. Alcuni rientrano con entusiasmo, altri con fatica. Molti cercano semplicemente di capire se quello spazio è ancora sicuro, se gli adulti sono gli stessi, se le giornate hanno di nuovo una forma riconoscibile.
Ripartire, in questo momento dell’anno, non significa accelerare.
Significa ricostruire continuità.
Il valore educativo del riassestamento
Dal punto di vista pedagogico, gennaio è un tempo prezioso. È il momento in cui si rimettono a fuoco le routine, si rinforzano le abitudini di lavoro, si rilegge il gruppo classe. È un tempo in cui l’apprendimento ha bisogno di appoggi stabili per poter riprendere slancio.
Quando i gesti quotidiani tornano prevedibili, quando l’ambiente è ordinato e leggibile, quando le proposte non chiedono subito prestazioni, i bambini possono di nuovo concentrarsi, osservare, scegliere.
Lentezza, in questo senso, non è attesa passiva.
È intenzionalità educativa.
L’ambiente come primo messaggio
Nei primi giorni di gennaio, l’ambiente parla più delle parole.
Riordinare insieme, rimettere ogni cosa al suo posto, ripresentare materiali già noti è già una forma di insegnamento.
Anche le regole, se riproposte come strumenti di cura e non come elenco di divieti, aiutano i bambini a ritrovare fiducia. Non si tratta di ricominciare da capo, ma di ricucire.
Proposte didattiche che accompagnano il rientro
In questo periodo funzionano proposte semplici, essenziali, che non sovraccaricano ma sostengono.
Un rituale iniziale, ad esempio, può aiutare il gruppo a ritrovarsi. Un oggetto dell’inverno passato di mano in mano, una parola detta o taciuta, un tempo di ascolto condiviso. Non serve che tutti parlino: anche il silenzio è partecipazione.
La narrazione può riprendere senza forzature, usando immagini, oggetti, sequenze. Raccontare le vacanze non è un esercizio di memoria, ma un modo per rimettere in fila il tempo, per dare una forma a ciò che è stato vissuto.
Anche la matematica può tornare come spazio rassicurante. Attività di classificazione, seriazione, costruzione di quantità già conosciute permettono ai bambini di ritrovare sicurezza e concentrazione. Non è il momento di introdurre subito il nuovo, ma di rinforzare ciò che c’è.
Il disegno, libero e non giudicato, offre un’altra possibilità di espressione. Chiedere “come ti senti oggi a scuola” non per analizzare, ma per osservare, aiuta l’adulto a comprendere il clima emotivo del gruppo.
Infine, proporre momenti brevi di attenzione silenziosa – un ascolto, un’osservazione, un lavoro individuale ripetibile – restituisce valore alla calma e prepara il terreno per apprendimenti più complessi.
Di seguito alcune proposte semplici ma profonde, adatte ai primi giorni di gennaio, pensate per rimettere in equilibrio mente, corpo e apprendimento.
1. Il rituale del rientro
(Area emotiva e linguistica)
Materiali: un oggetto dell’inverno (pigna, sasso, stoffa), o un’immagine evocativa.
Proposta:
In cerchio, si presenta l’oggetto come “testimone del rientro”.
Chi lo tiene può:
dire una parola
oppure solo ascoltare
oppure passarlo senza parlare
Obiettivo:
favorire l’ascolto
legittimare il silenzio
ricostruire il senso di gruppo
2. Raccontare le vacanze senza parole
(Area narrativa e simbolica)
Materiali: carte illustrate, immagini-sequenza, piccoli oggetti.
Proposta:
I bambini scelgono 2–3 immagini o oggetti che raccontano le loro vacanze.
Il racconto può essere:
orale
disegnato
costruito in sequenza
Obiettivo:
rielaborare l’esperienza
allenare la struttura narrativa
rispettare i diversi tempi espressivi
3. Matematica che rassicura
(Area logico-matematica)
Materiali: perle, tappi, LEGO, elementi naturali.
Proposta:
Attività di:
classificazione
seriazione
costruzione di quantità piccole
ricostruzione di schemi noti
Niente novità eclatanti: si riparte da ciò che è familiare.
Obiettivo:
rinforzare la sicurezza
riattivare competenze già acquisite
favorire concentrazione e ordine mentale
4. Disegnare come mi sento oggi a scuola
(Area espressiva ed emotiva)
Materiali: foglio bianco, matite, colori tenui.
Proposta:
“Disegna come ti senti oggi quando sei qui a scuola.”
Nessuna spiegazione obbligatoria.
Obiettivo:
dare spazio all’emozione
osservare senza interpretare
accogliere ciò che emerge
5. Un’attività di silenzio e attenzione
(Area sensoriale e attentiva)
Proposta:
ascolto di un suono
osservazione di un oggetto
lavoro individuale breve e ripetibile
Obiettivo:
riabituare alla concentrazione
ridurre l’iperstimolazione
restituire valore alla calma
Ripartire è un gesto educativo
Gennaio ci ricorda che l’apprendimento non è una linea retta.
Ha bisogno di pause, di ritorni, di aggiustamenti.
Quando scegliamo di rallentare, di osservare, di proporre attività che tengono insieme mente ed emozioni, stiamo insegnando qualcosa di fondamentale: che la scuola è un luogo in cui si può tornare, sempre, e ritrovare senso.
Immaginate un mondo in cui amicizia, tolleranza e amore siano messi alla prova. Persone reali, grandi o piccole, che hanno affrontato difficoltà, discriminazioni e crudeltà con coraggio straordinario, tanto da non poter essere dimenticate. Le storie raccolte in questo libro sono tutte vere. Ogni racconto è un pezzo di un puzzle che parla di gentilezza, resilienza, amore, fratellanza, forza e speranza, mostrando quanto anche un solo gesto possa fare la differenza. Tra i protagonisti: Liliana Segre, Francesco Tirelli, Cristiano X re di Danimarca, Gino Bartali, Anne Frank, Primo Levi ed Helga Weissova. Completa il volume una sezione dedicata alle parole della Shoah, per riflettere e comprendere.
Attraverso la ricostruzione della storia, il bambino scopre di appartenere alla lunga storia dell’umanità.
Ispirato al pensiero di Maria Montessori
Fare storia significa offrire ai bambini strumenti per comprendere il tempo umano. Nell’approccio montessoriano, la storia nasce dall’osservazione, dall’esperienza e dalla relazione tra fatti, persone e ambienti.
Il punto di partenza non è il racconto già pronto, ma la fonte: un’immagine, un oggetto, un reperto, una traccia del passato. È da lì che il bambino impara a porsi domande: Chi l’ha usato? Perché? In quale contesto? Quando proponiamo la storia in questo modo, il bambino non “studia” il passato: lo ricostruisce.
Le fonti come ponte tra realtà e narrazione
Le civiltà antiche, come quella egizia, si prestano particolarmente a questo lavoro perché hanno lasciato tracce ricche di dettagli. Osservare una pittura, un rilievo o un reperto non serve solo a capire “come vivevano”, ma a cogliere relazioni profonde: tra l’uomo e l’ambiente, tra il lavoro e il tempo, tra la vita quotidiana e il mondo simbolico.
È qui che la storia incontra la narrazione, senza perdere rigore.
Dal dato storico alla rielaborazione
Nel metodo Montessori, dopo l’osservazione arriva sempre la rielaborazione personale. Il bambino ha bisogno di trasformare ciò che ha compreso: attraverso il racconto, il disegno, la scrittura.
Anche un elemento apparentemente semplice – come un animale raffigurato nelle fonti – può diventare una chiave di lettura potente per dare forma a un pensiero storico che tiene insieme realtà e immaginazione consapevole. La narrazione, se nasce dalle fonti, non allontana dalla storia: la radica.
La narrazione come forma di comprensione storica
Nel percorso montessoriano, la narrazione storica non è mai un racconto decorativo, né una semplificazione del sapere. È una forma di restituzione.
Quando i bambini, dopo aver osservato fonti e discusso ipotesi, costruiscono una breve narrazione – orale o scritta – non stanno “inventando” la storia, ma dando forma a ciò che hanno compreso. Raccontare una scena di vita quotidiana, immaginare un gesto ripetuto nel tempo, seguire il punto di vista di una persona o di un elemento presente nelle fonti significa abitare il passato con rispetto.
La narrazione permette di tenere insieme dati, relazioni e significati. Rende visibile il legame tra ciò che sappiamo grazie alle fonti e ciò che possiamo comprendere attraverso l’immaginazione consapevole. In questo modo, la storia resta rigorosa, ma diventa umana.
Educare allo sguardo lungo sul tempo
Fare storia a scuola, in chiave montessoriana, significa educare a uno sguardo lungo. Uno sguardo che va lontano nel tempo, che collega passato e presente, che aiuta i bambini a comprendere che ogni civiltà è parte di una storia più grande.
Quando osservano una civiltà antica, non stanno solo studiando “come vivevano una volta”, ma imparano a leggere le relazioni tra ambiente, lavoro, scelte umane e organizzazione sociale. La storia diventa così un esercizio di continuità e cambiamento: nulla nasce dal nulla, tutto si trasforma e lascia tracce.
Conclusione
Fare storia, dunque, non significa riempire il tempo di spiegazioni, ma preparare uno spazio di ricerca. L’insegnante diventa guida discreta: seleziona fonti significative, offre domande essenziali, lascia che i bambini osservino, colleghino, rielaborino.
La storia non viene “semplificata”, ma resa accessibile perché radicata nell’esperienza. Ed è proprio questa fedeltà al processo – lento, concreto, riflessivo – che permette ai bambini di costruire un rapporto autentico con il passato e, insieme, uno sguardo più consapevole sul presente.
Dalla riflessione alla proposta didattica
Materiale scaricabile
Questo modo di fare storia prende forma concreta quando si dispongono materiali che permettono ai bambini di osservare, confrontare, collegare.
Da questa visione nasce il percorso sugli Egizi e la lettura delle fonti, costruito per accompagnare gli alunni dalla scoperta di immagini e reperti reali fino alla rielaborazione personale, senza forzare il racconto ma lasciandolo emergere come esito naturale del pensiero.
Un materiale pensato per sostenere lo sguardo lungo sul tempo, rispettare i processi cognitivi e offrire alla storia il suo spazio più autentico: quello della ricerca.
A misura di mondo; un libro-laboratorio che ripercorre la straordinaria storia della misura: dalle unità di misura naturali (come la coda di un camaleonte) alle grandi intuizioni di Leonardo Da Vinci, passando per le civiltà di Egizi, Babilonesi e Romani: Storia e Leggende: Un racconto affascinante su come l’umanità ha imparato a misurare dimensioni, pesi e tempo. Esperimenti e Attività Pratiche: Pagine interattive che trasformano la teoria in esperienza diretta, permettendo ai bambini di imparare “con le proprie mani”. Giochi e Curiosità: Contenuti ludici per mantenere alta l’attenzione e stimolare la scoperta. Il testo è progettato come un supporto pratico e versatile per i docenti:
Quando arriva la fine dell’anno, tante case italiane si riempiono di lenticchie e cotechini, simboli di fortuna e prosperità. Ma lo sapevi che questa tradizione affonda le radici nell’Antica Roma, più di duemila anni fa?
Una notte speciale nell’Antica Roma
Per i Romani, l’ultimo giorno dell’anno non era solo una festa, ma un vero rito di passaggio. Le strade si illuminavano di fiaccole, le famiglie si ritrovavano intorno al focolare, e sulla tavola non potevano mancare le lenticchie.
La loro forma piccola, tonda e piatta ricordava le monete, e per questo erano considerate un segno di prosperità e fortuna. Alla fine dell’anno era tradizione regalare una scarsella, una piccola borsa di cuoio piena di lenticchie, custodita come augurio silenzioso per il nuovo anno.
Non si trattava solo di ricchezza materiale: le lenticchie simboleggiavano cibo in abbondanza, lavoro onesto e pace in famiglia. Ogni cucchiaio era un piccolo pensiero per il futuro. Ancora oggi, portare le lenticchie in tavola significa ripetere un rito antico, nato nelle case dei Romani, per dire: “Che l’anno nuovo sia generoso.”
Riti di passaggio: dal passato al presente
I Romani attribuivano grande importanza ai momenti di cambiamento e transizione. I riti servivano a dare ordine, sicurezza e significato alla vita: salutare il tempo passato e accogliere quello nuovo con speranza.
Anche noi oggi viviamo riti di passaggio: compleanni, inizio della scuola, feste. E come allora, cerchiamo gesti simbolici che ci aiutino a segnare il tempo e a dare senso ai cambiamenti.
All’epoca, il calendario non era uguale al nostro. L’anno iniziava a marzo e contava solo dieci mesi. I nomi dei mesi — come settembre, ottobre, novembre, dicembre — ricordano ancora la loro posizione originale nel ciclo dell’anno.
Per riallineare il calendario alle stagioni, il re Numa Pompilio aggiunse gennaio e febbraio. Ma l’allineamento definitivo arrivò con Giulio Cesare, che nel 46 a.C. introdusse il calendario giuliano: 365 giorni, un anno bisestile ogni quattro anni e inizio dell’anno a gennaio.
Così, mentre i Romani mangiavano lenticchie per augurarsi fortuna, il loro modo di contare il tempo stava cambiando, ma il desiderio di un buon anno era lo stesso che abbiamo oggi.
Per i bambini: imparare giocando
Il rito delle lenticchie può diventare anche un’occasione educativa. Attraverso attività di osservazione, scrittura, analisi simbolica e rielaborazione creativa, i bambini possono:
Scoprire i riti di passaggio dei Romani
Comprendere il valore simbolico del cibo e degli oggetti
Riflettere su desideri, speranze e bene comune
Collegare la storia antica alla propria vita quotidiana
Una delle attività più belle è la “Scarsella dei desideri”: ogni bambino realizza una piccola borsa di carta e vi inserisce desideri non materiali, collegando così il rito antico ai propri sogni e alla comunità.
Dal passato al presente
Mangiare lenticchie a Capodanno non è solo un gesto culinario, ma un legame con la storia, un modo per comprendere che anche i Romani, come noi, cercavano di dare senso al tempo che passa. Conoscere queste tradizioni ci aiuta a guardare il presente con occhi curiosi, scoprendo che i gesti più semplici possono portare fortuna, benessere e significato.
💡 Idee per approfondire
Confronta i riti di Capodanno romano con quelli moderni
Disegna o scrivi i tuoi oggetti simbolici e i loro significati
Racconta come immagini la notte di Capodanno in un villaggio romano
Il mio terzo piccolo libro:Il Natale: Leggere con il metodo Montessori l Natale sta per arrivare; intorno tutto cambia e si riempie di magia. Ci sono cose nuove da vedere e da ascoltare e cose che invece non si riescono proprio a vedere nemmeno se si sta sempre con il naso all’insù. E poi…ci sono molte cose belle da fare a Natale; così belle che non si possono dimenticare. Ma perché allora farle solo a Natale? Non possiamo forse cambiare? Un libro dedicato ai bambini e alle bambine, un libro da leggere, da fare e da regalare aspettando Natale
Il Natale porta con sé un clima di attesa e luce che invita a raccontare e a guardare più da vicino ciò che ci rende speciali. In questo percorso, le nove renne di Babbo Natale diventano personaggi-qualità, ognuna con un tratto distintivo che permette ai bambini di scoprire diverse modalità di essere, di agire e di stare nel gruppo.
Non si tratta di un percorso emotivo in senso stretto: le renne non rappresentano emozioni, ma caratteristiche, talenti, piccoli superpoteri quotidiani. L’obiettivo è mostrare che ogni diversità è una risorsa e che ogni bambino possiede il proprio modo unico di brillare.
Rudolph come storia di apertura: il valore dell’essere diversi
Il viaggio inizia con due versioni della storia di Rudolph, pensate per età e bisogni diversi. La narrazione affronta temi come la difficoltà di sentirsi esclusi, la bellezza della differenza e la scoperta del proprio valore. Le domande che accompagnano la lettura non chiedono ai bambini di “analizzare emozioni”, ma li invitano a osservare, pensare, immedesimarsi.
Raccontare Rudolph significa aprire uno spazio di confronto sui modi in cui ci sentiamo unici o fraintesi, sulle caratteristiche che ci rendono speciali anche quando non sembrano un vantaggio.
Le renne come personaggi-qualità
Ogni renna del materiale ha una carta d’identità con:
Queste qualità non hanno lo scopo di categorizzare le persone, ma di offrire modi diversi di guardare il mondo: chi ama saltare, chi trova soluzioni, chi vola con calma, chi si emoziona, chi orienta il gruppo, chi crea percorsi imprevisti.
I bambini possono così identificarsi, riconoscersi, oppure semplicemente lasciarsi ispirare da ciò che ciascuna renna rappresenta.
Attività che danno forma alle qualità
Le attività proposte sono varie e trasversali: linee, percorsi, sequenze, parole, classificazioni, rielaborazioni grafiche e linguistiche. Non chiedono di spiegare un’emozione: invitano i bambini a esprimere un tratto, un modo di muoversi, di vedere, di pensare.
Le linee permettono di rappresentare il ritmo, la calma, la velocità, la creatività. Le parole aiutano a costruire un linguaggio ricco: parole morbide, parole-coraggio, parole che saltano. Le attività logico-matematiche danno ordine e struttura, come le sequenze di Saltella o le mappe di orientamento di Lampo. I gesti gentili di Cupido o le soluzioni di Cometa invitano a immaginare azioni che fanno bene agli altri.
Ogni attività è aperta, interpretativa, adattabile a età e contesti diversi.
Un percorso che sostiene l’identità e la cooperazione
Il percorso di scoperta delle renne e delle loro unicità non insegna “come si deve essere”: invita semplicemente a riconoscere che esistono molti modi di essere.
Le renne offrono un immaginario condiviso che favorisce:
il senso di appartenenza,
il riconoscimento reciproco,
la valorizzazione delle differenze,
la costruzione di un clima cooperativo.
È una proposta leggera, inclusiva, ricca di narrazione e manipolazione, ideale per circle time, piccoli gruppi, atelier o progetti di plesso.
Perché le storie e i simboli creano un ponte immediato con i bambini. Perché le caratteristiche non diventano etichette, ma spunti di esplorazione. Perché ogni renna rappresenta un tratto possibile, non un dovere.
E perché Rudolph, con il suo naso rosso, ricorda che ciò che oggi ci fa sentire “diversi” è spesso proprio ciò che ci rende preziosi.
L’educazione deve nutrire la meraviglia e il desiderio di conoscere che il bambino porta con sé
Maria Montessori
Il Natale non è solo luci, regali e atmosfera festiva: per i bambini può diventare un momento di apprendimento significativo, se sapientemente collegato a storie, giochi e attività creative. In età primaria, lo sviluppo delle competenze linguistiche e ortografiche richiede attenzione, motivazione e contesti concreti in cui i bambini possano sperimentare la lettura e la scrittura in modo naturale.
L’approccio pedagogico che guida questo percorso si basa su alcuni principi fondamentali:
Apprendimento contestualizzato: le regole ortografiche e la scrittura non sono esercizi isolati, ma emergono all’interno di narrazioni coinvolgenti.
Motivazione intrinseca: la magia del Natale cattura l’interesse dei bambini, favorendo concentrazione e partecipazione spontanea.
Attività multisensoriali: leggere, scrivere, disegnare e inventare storie permette di coinvolgere più canali cognitivi, rafforzando l’apprendimento.
Autonomia e rielaborazione: proporre attività di copiatura, dettato guidato e rielaborazione creativa stimola la responsabilità e la capacità di organizzare il proprio lavoro.
Sviluppo socio-emotivo: i racconti permettono di esplorare emozioni, empatia e relazioni, aspetti fondamentali nello sviluppo complessivo del bambino.
In questo contesto, il Natale diventa un contenitore pedagogico in cui i bambini possono esercitare la letto-scrittura senza la pressione di compiti astratti. Il tema festivo facilita l’attenzione e la memoria, mentre le storie brevi e illustrate offrono spunti per giochi linguistici, dettati e attività creative.
Un esempio pratico di questo approccio sono le Carte di Natale – Dettato, Lettura e Copiatura, pensate per combinare narrazione, ortografia e attività creative. Ogni storia breve permette di lavorare sulle doppie, esplorare suoni difficili e inventare finali o disegni, trasformando l’apprendimento in un’esperienza completa e motivante.
In questo modo, anche la scrittura ortografica diventa un momento di gioia, esplorazione e creatività, integrando competenze linguistiche e abilità socio-emotive in un unico percorso didattico.